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VIDEO GAMES: DESIGN/PLAY/DISRUPT

Victoria and Albert Museum | Londra

Dall' 8 Settembre 2018 al 24 Febbraio 2019

di Rory O'Keeffe

Con 2.2 miliardi di videogiocatori in tutto il mondo, non sorprende il gran numero di mostre dedicate ai videogiochi; il MOMA di New York raccoglie videogiochi sin dal 2012 e la mostra al Barbican Game ON ha raggiunto in tournée 20 paesi dal 2002. Alcune città hanno addirittura propri musei dedicati ai videogiochi, come il Computerspielemuseum di Berlino ed il Vigamus di Roma. L’ultima mostra al V&A, tuttavia, è la prima all’interno di una grande istituzione ad esplorare il concetto di videogioco come disciplina di design. In corso dall’8 Settembre 2018 al 24 Febbraio 2019, Video Games: Design/Play/Disrupt mostra il processo creativo dietro il design del videogioco, e riflette su temi politicamente controversi quali razzismo, sessismo, e violenza, nel mondo dei videogiochi.

Riconosciuto il videogioco come disciplina di design, il V&A affronta la sfida di come conservare ed esibire oggetti digitali come i videogiochi. Dai blockbuster come The Last Of Us e Splatoon, ai più indie come Journey ed il fenomeno culturale Minecraft, la mostra ripercorre l’architettura e le influenze artistiche dietro il game design, in un eclettico mix di materiali di riferimento: prototipi, tute per il motion capture, tabelle, schizzi dei personaggi, video virali ed opere d’arte più convenzionali come Le Blanc Seing di Magritte, ispirazione per la visione grafica dei panorami boschivi di Kentucky Route Zero Act II.

Proseguendo, slogan Orwelliani adornano le pareti – “Rendere reale l’esperienza di gioco”, “Abbraccia la non linearità”, “Il 3D in tempo reale è una tecnologia poetica” – lasciando intuire l’astratta filosofia dietro il game design. Più concretamente, la mostra si dedica a mode e comunità nel mondo reale. Il mondo della strada viene esplorato nel gioco Splatoon, dove i giocatori possono rispecchiarsi in avatar Street Style, influenzati dalle mode contemporanee, così come il design dei livelli riflette i trend urbani. Sui muri sono esposti i corrispettivi capi di Streetwear, ad illustrare la complanarità tra videogiochi, ambiente urbano, e cultura consumistica. Gli enormi schermi che mostrano in diretta i campionati di League Of Legends dimostrano l’imponente scala raggiunta dal movimento dell’on-line gaming, mentre la sezione dedicata a Minecraft esplora il ruolo dei giocatori come co-creatori, enfatizzando la possibilità di “democraticizzare” il processo di design.

La gamma tonale della mostra è impressionante. Display/Play/Disrupt non si tira indietro davanti ai dibattiti politici e sociali provocati dai videogiochi, come la violenza, la rappresentazione della donna, o la diversità. Interventi su questi problemi con autorevoli opinionisti vengono trasmessi durante la sezione Disruptors. Al contrario, il tono del finale è giocoso ed immersivo, esibendo il mondo del gaming DIY. Videogiochi innovativi sono disponibili da guardare e da provare, come Bush Bash di SK Games, giocato in una Ford Sedan tagliata a metà, ed un videogioco collegato ad uno zaino, sviluppato da UCLA Games.

In generale, ce n’è per tutti, dai giocatori più esperti ai novellini, anche se sono da rilevare importanti assenze. Non è menzionato, per esempio, l’enorme impatto culturale di Fortnite, forse perché troppo recente per la curatela del V&A. Sembra sia molto ostico, per istituzioni tradizionali, tenere il passo con il sempre crescente mondo dei videogiochi. È una sfida con cui avranno a che fare per ancora molti anni a venire. Video Games: Design/Play/Disrupt è un’affascinante inizio.

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