JBRock Cross The Streets, Your Universe Moleskine
Interviste Drago

INTERVISTA CON JBROCK

di Alice Ghinolfi

Quando hai iniziato a fare Street Art? Cosa ti ha spinto a iniziare la tua ricerca?
È successo tutto tra la fine del secolo scorso e l’inizio di quello nuovo. Venivo già da anni di ricerca nel mondo dei graffiti. Nel 1998 ho fatto un viaggio negli Stati Uniti, a New York, dove sono andato proprio per abbuffarmi visivamente di tag, flop e throwup. Da sempre ho avuto un debole per lo stile dei graffitari Newyorkesi, essendo cresciuto sfogliando quotidianamente “Subway Art”, cosa che faccio tutt’oggi. Non potevo non andare a vedere i graffiti nelle terre selvagge dove erano nati 30 anni prima e, appena ne ho avuto la possibilità sfruttando l’ospitalità di un’amica, sono volato oltre oceano. Dei mostri sacri contenuti nel libro ormai non vi era quasi più nessuna traccia se non con degli evidenti richiami nelle lettere delle nuove leve della grande mela, ricordo che molti dei vandali che mi colpirono di più non li avevo proprio mai sentiti nominare prima, non li elencherò tutti se no facciamo mattina, ho avuto l’enorme fortuna di capitare dalle loro parti quando erano nel pieno della loro attività writers del calibro di Peek, Revs, News, Skuf, Earsnot, Sace, RK, JAone… Oltre ad aver scoperto tanti nuovi geni della lettera un giorno, in una delle mie infinite camminate, mi trovai davanti un piccolo sticker con sopra la faccia stilizzata in bianco e nero di un icona del wrestling anni ‘80 sotto la quale appariva un bellissimo font in bianco e azzurro che riportava una sorta di ordine imperativo: “OBEY”. Non ho resistito e l’ho staccato, pensando “ammazza che robba, ma chi caxxo è questo?!”… Fa ridere a ripensarci, oggi credo lo sappia pure la nonna di Caltanissetta chi è Obey. Era comunque già da un paio di anni che mi dilettavo a fare stickers a mano e quel ritrovamento fu un ulteriore spinta a intraprendere quella via che da lì a breve segnò un enorme svolta nel pianeta… Ho iniziato la mia ricerca quando avevo 12 anni. Non so cosa mi spinse ma ci sono talmente tanto cascato dentro che oggi, da gioco che era, è diventata la mia professione.

Quando hai capito che questa forma d’arte ti avrebbe accompagnato per tutta la vita, e come hai reagito?
Credo che certe cose succedano e basta, non bisogna per forza stare lì a cercare di dare un senso, basta solo seguire il proprio istinto. Io non sono uno di quelli che è “nato imparato” o con il dono del saper disegnare fin dalla tenera età, anzi diciamo che proprio non è che ero bravo… Anzi ero proprio una pippa ar sugo e non me ne fregava proprio niente di disegnare anche perché quando si è piccoli la bravura del saper disegnare viene riconosciuta dagli altri solo se si è in grado di saper ricopiare a mestiere i disegni di altri, non so, tipo Snoopy o Topolino, ecco io proprio non lo ho mai saputo fare. Mi ricordo che un giorno, non so forse avevo 8 anni, ero a casa del mio amico Tommaso: stavamo disegnando e io disegnai una serie di strane astronavi corazzate, piene di dettagli e di particolari. Mi uscivano così, di getto e in modo naturale; lui si fermò e mi chiese da dove le avessi ricopiate. Quando gli risposi che me le stavo inventando sballò e mi fece un sacco di complimenti. Io comunque a quei tempi al posto di disegnare preferivo andare a correre, arrampicarmi sugli alberi, rotolarmi a destra e manca, saltare più in alto che potevo, imparare a camminare sulle mani e fare la lotta con i miei fratellini mentre guardavamo il cartone animato L’uomo tigre, tutte cose che mi sarebbero tornate molto utili negli anni a venire. Poi un giorno ho incontrato per strada i graffiti e tutto è cambiato: ho iniziato a provare a disegnare e ancora ci sto provando, non è detto che non arrivi un giorno in cui tutto cambierà nuovamente e magari inizierò a provare a fare altro…

Quali sono gli artisti – contemporanei o del passato – che ti hanno influenzato o ti e in che modo?
Gli artisti in questione sono moltissimi, quindi cercherò di riassumerli in 2 nomi.
Come artista di oggi senza ombra di dubbio MQ. Ha uno stile inconfondibile e un’attitudine inarrivabile. Ogni volta che vedo un suo sticker o una sua tag, un flop o un pezzo, mi fa subito venire voglia di uscire per andare a interagire con le strade.
Come artista di ieri senza dubbio Giuseppe Capogrossi: la sua maestria e la dedizione per il segno mi hanno da sempre molto colpito. Ogni volta che vedo una sua opera mi viene voglia di mettermi a dipingere.

Secondo te, come mai ora il pubblico è così aperto nei confronti del graffitismo e del muralismo? Cosa è cambiato in questi ultimi anni?
Non credo proprio che il pubblico negli ultimi anni si sia aperto nei confronti del graffitismo anzi…
Al contrario è sicuramente molto aperto nei confronti del muralismo (come del resto lo è sempre stato), solo che prima per dipingere un muro pubblico dovevi essere un artista pluripremiato oltre che un accademico della Repubblica; oggi basta che tu ti sappia muovere bene sui social e ti riesca ad agganciare con un giovane giornalista, un blogger di settore o il curatore del momento, e il giuoco è fatto: tutte le facciate cieche nelle periferie del mondo saranno a tua disposizione. Cosa è cambiato negli ultimi anni? È arrivato Internet, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Alcuni artisti street come Banksy o Blu hanno riscosso un successo inaudito, e di entrambi non si conosce il nome o il volto. Sembrano quasi dei super eroi… Secondo te qual è il loro ingrediente segreto e perché riscuotono così tanto successo nel pubblico di ogni.
Sarò schietto, in realtà da parte mia non c’è molto interesse nel parlare del perché o del per come altri artisti abbiamo ottenuto il loro inaudito successo, sono molto contento per loro e mi piacciono molto, a volte di più altre di meno. Senza ombra di dubbio la scelta di rimanere anonimi e di continuare a lavorare illegalmente è stata una scelta vincente, un po’ come del resto ci aveva già insegnato JAone…

Qual è la differenza fra realizzare un’opera “legale” e una “illegale”? Cosa cambia e quali sono i pro e i contro?
Diciamo che sono due cose molto diverse. Quando si realizza un opera legale si viene messi su un piedistallo, si hanno a disposizione tutti i materiali che occorrono e tutto il tempo che si vuole, il più delle volte si è serviti e riveriti oltre che protetti e pagati. Inoltre di sicuro qualche giornale o rivista parleranno dell’opera realizzata. Quando si lavora illegalmente i materiali sono a proprio carico, si rischia di venire insultati, aggrediti fino al punto di dover arrivare alle mani oltre al rischio di poter venire fermati dalle guardie e, nel peggiore dei casi, ricevere una denuncia seguita da una grossa multa; si lavora scomodi e con poco tempo quindi bisogna essere precisi e veloci, un po’ come dei Ninja. È possibile che le persone che si vengono a complimentare quando lavori legalmente poi siano le stesse ad aggredirti se ti vedono lavorare illegalmente per strada.

Cosa ne pensi del termine Street Art? Quale potrebbe essere una definizione migliore per racchiudere questo movimento?
TStreet Art è un termine che esiste dagli anni ‘70 e penso che sia la giusta definizione per definire tutte le realtà artistiche che interagiscono con la strada, qualsiasi esse siano. Un’altra definizione non so se migliore, potrebbe essere “faccio quello che voglio, dove voglio, quando voglio”.

Raccontaci del Ciccione giallo che compare sui muri di Roma. Ormai è il tuo marchio di fabbrica, la città è impazzita, tutti lo vogliono, e tutti ne vogliono sapere di più. Quel suo sguardo criptico non piò lasciare indifferenti… Come nasce l’idea? E soprattutto, dal tuo punto di vista, come mai è così attraente? Che corde tocca nel suo pubblico?
Il Ciccione nasce sul finire degli anni ’90 da un disegno estrapolato da una fotografia. Lo ho sempre utilizzato, a volte più a volte meno nel corso degli anni. Dal 2014 ho deciso di fare un esperimento: provare a condizionare le persone, condizionarle a tal punto da riuscire a farglielo apparire dapprima familiare per poi riuscire proprio a fargli piacere qualcosa che in realtà a un primo sguardo non gli dicesse nulla o che addirittura li ripugnasse, diciamo così, ho deciso di complicarmi la vita e mettermi un limite. Molti pensano che sia una giovane donna tracagnotta, compreso mio nonno, altri lo chiamano “er Cinese” o “er Patata”, altri ancora lo chiamano “er faccione giallo”, ma lui è sicuramente tutte queste cose insieme. Ognuno è libero di vederlo e chiamarlo come vuole, per me rimane sempre “il Ciccione”. Non so né perché né se piaccia o meno, ma so che nel corso del mio esperimento durante questi anni lo ho messo e rimesso per strada per poi rimetterlo ancora in svariati punti (a mio avviso strategici) della città dove chiunque abita a Roma passa più volte nell’arco della settimana. Forse a forza di vederlo e rivederlo per poi rivederlo ancora è diventato una sorta di componente della famiglia per chi lo nota, addirittura da salutare sorridendo quando ci si passa davanti: “ehi, ciao Ciccio”.

Se domani dovessi intraprendere un altro libro con Drago, su cosa ti piacerebbe lavorare?
Mi piacerebbe poter realizzare un libro incentrato solo ed esclusivamente sul Ciccione e le strade di Roma.

Cosa consiglieresti a un giovane ragazzo che da grande vorrebbe fare lo Street Artist?
Esci!
Vai a fare quello che vuoi tu, dove vuoi tu, quando vuoi tu.

CITY SLANG

  • Formato: Hardcover
  • Pagine: 40
  • Data di pubblicazione: 2010
  • Lingua: Inglese, Italiano
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Cross The Street Von Vacano Drago Publisher Cover

CROSS THE STREETS

  • Autore: Paulo von Vacano (ed.)
  • Formato: Softcover
  • Pagine: 288
  • Data di pubblicazione: Aprile 2017
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ROMA OMNIA VINCIT

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SCALA MERCALLI

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