Interviste Drago

INTERVISTA CON CHRISTIAN OMODEO

di Luisa Grigoletto

Raccontaci della tua partecipazione all’edizione 2018 del Moniker Art Fair
Abbiamo una libreria dedicata alla street culture a Parigi, ma tutti i libri sono in vendita anche suo nostro shop. Alla faccia di Amazon, ogni giorno spediamo libri ovunque nel mondo! Negli ultimi mesi, abbiamo deciso di andare incontro al pubblico sempre più numeroso che si interessa a questi fenomeni, grazie ad alcune partnership. Moniker è la più importante fiera di arte urbana in Inghilterra. Tina (Ziegler) ed il suo team sono fantastici. Il problema non è mai stato se essere presenti o meno, ma capire come trasportare centinaia di libri e scaffali da una parte all’altra della Manica.

Che cosa ci puoi dire del tuo progetto Le Grand Jeu? So che a breve lancerete il nuovo sito.
Il sito è ancora work in progress, mentre il nuovo webstore è già online. Abbiamo anche finito una prima ondata di lavori nel nostro nuovo store a Parigi che stiamo trasformando in uno spazio unico al mondo, dove trovare una scelta enorme di libri, cataloghi e fanzine prodotti da artisti, autori e case editrici che da sempre di interessano a culture come graffiti, street art, tatuaggio, skate, surf, sneakers. E il 2019 rischia di riservare qualche nuova sorpresa…

Che cosa ti ha spinto a specializzarti in street art?
Ho studiato ed insegnato storia dell’arte per più di dieci anni, prima in Italia e poi a Parigi. Lavorando a Roma, a contatto con Nufactory ed alcuni artisti come JBRock o Agostino Iacurci, mi sono reso conto che il mondo accademico ignorava totalmente una scena artistica che ha molto da dire. Ho lasciato l’università e creato Le Grand Jeu per lottare contro l’incapacità dell’industria dell’arte di integrare, senza snaturarle, quelle componenti pop(olari) che sono nel DNA dell’arte urbana.

Nel 2017 hai curato una sezione della mostra Cross the Streets al MACRO di Roma. Che cosa ci puoi dire di quell’esperienza e del significato di quella mostra nel panorama italiano?
Cross the Streets è stata un’esperienza fantastica. Credo che pochi abbiano pienamente capito quanto fosse importante per Paulo e per Drago riunire attorno a sé quegli artisti, quelle persone e quegli amici che Drago sostiene da quasi vent’anni con i suoi libri ed i suoi progetti. Non tutti capiscono che questo ambiente è prima di tutto una grande famiglia. La sezione sul Writing a Roma che ho curato è stata un omaggio ad alcuni di quei writers che hanno scritto la storia di questa cultura in Italia ed in Europa. Voleva anche essere un esperimento, tendente ad integrare in un ambiente istituzionale un linguaggio che non è nato per il museo. Ogni parete è stata pensata a quattro mani con i writers, per trovare il modo più adatto di raccontare quello che ognuno di loro aveva da dire.

A che progetti stai lavorando al momento?
Stiamo gestendo la preparazione del libro/catalogo che Red Bull Arts ha deciso di realizzare a margine della mostra di RAMMΣLLZΣΣ a New York. Stiamo, inoltre, dedicando molte energie alla libreria, sia per avere sempre più titoli sugli scaffali, sia per trovare nuovi partners. Nel prossimo mese, ad esempio, gestiremo dei pop-up bookstore in eventi come Mister Freeze a Tolosa, il festival di film di skate e surf PSSFF2018 a Parigi, Moniker a Londra, Art Elysées e Urban Art Fair a Parigi.

Come mai, secondo te, la street art è così popolare al giorno d’oggi?
Perché quella che oggi chiamiamo arte contemporanea, spesso e volentieri, è solo una parodia, un’imitazione mal riuscita dell’arte. O perché i musei richiedono un bagaglio intellettuale enorme per capire quello che è esposto. La gente si scoraggia. Col suo essere pop, la street art è più diretta. Ti arriva come l’ultimo episodio della saga di Star Wars o come l’ultimo album di Rihanna, ma questo non vuol dire che sia meno intelligente e profonda di tanta arte contemporanea.

Se dovessi individuare i momenti salienti della storia della street art, quali sarebbero?
Mentre ti rispondo, sono in aereo in viaggio per Mosca. Ho tra le mani il libro di Igor Ponosov “Russian Urban Art: History and Conflicts” e leggo la storia di Ilya Zdanevich e Mikhail Larionov che incitavano gli artisti ad invadere le città nel loro manifesto “Why we paint ourselves” scritto nel 1913. Ripetiamo a memoria una storia che dice che tutto parte dai graffiti di New York ed arriva a Banksy, passando per Keith Haring e Basquiat. Mi piacerebbe che la gente smettesse di credere a queste cazzate, ma non penso che quel che serva sia trovare dei nuovi momenti salienti, nuovi miti da celebrare (e da vendere). Serve una storia collettiva dell’arte di strada, che integri i dishu cinesi, i pixaçao di Sao Paulo e le avanguardie russe, perché quello che conta non è il lavoro del singolo ma il movimento d’insieme. Non è un caso se Barry McGee espone sempre più spesso opere di altri artisti nelle sue mostre personali, esattamente come Banksy a Dismaland. L’arte di strada è un’arte di branco. Da solo, non ce la farai mai.

Qual è l’artista che più di tutti ha rivoluzionato finora il panorama della street art e perché?

Molti direbbero Banksy. In parte è vero. In Italia, però, uno dei più alti momenti di arte urbana partecipata sono stati i manifesti elettorali di Berlusconi nel 1994. Ve li ricordate? Mai vista un’azione di detournement collettivo così efficace e massiccia. Roba da far impallidire anche i culture jammers americani degli anni ‘80.

Quali sono invece, a tuo avviso, gli street artists che ancora non hanno ricevuto, a livello mondiale, l’attenzione che il loro lavoro meriterebbe?
Durante l’ultima edizione di Outdoor, ho invitato Paolo Buggiani ad unirsi ad una banda di artisti molto più giovani e con molta meno esperienza di lui. Molti – e forse Paolo stesso – sono stati sorpresi, per non dire disturbati, dall’accostamento. In realtà, quello che mi interessava era sfatare quest’idea che la strada sia il fine della street art, attraverso i lavori di un artista che ha usato la strada come strumento per indagare il rapporto tra tempo soggettivo ed oggettivo. Uno degli attacchi classici contro la street art è che un fenomeno di moda, passeggero, che non dice nulla. In parte è vero, perché ogni cultura genera i propri meme, ma questo non vuol dire che non ci siano artisti veri che hanno scelto la strada, invece degli spazi più istituzionali dell’arte, per portare avanti la propria ricerca. In Italia, poi, servirebbe dare molta più visibilità al lavoro del duo bolognese Cuoghi & Corsello e non solo perché dipingevano a rullo a Bologna, mentre Revs e Cost facevano la stessa cosa a New York.

A tuo parere, la musealizzazione e il collezionismo della street art hanno intaccato la componente più irriverente e anti-sistema della street art?
Se il tuo rapporto alla street art si limita a scrollare Instagram un paio di volte al giorno, probabilmente sì.

Da alcuni anni a questa parte, anche i grandi marchi della moda si stanno appropriando del linguaggio della street art. Con che conseguenze per la street art?
Nessuna, se non più soldi a disposizione per portare avanti progetti sempre più ambiziosi. Che, poi, a qualcuno la cosa non piaccia è naturale, ma, come dice Shepard Fairey, “people like to talk shit, but it’s usually to justify their own apathy”.

Quali sono le città più “calde” nel mondo per la street art?
Quelle in cui la gente non si limita a guardare i muri. Va bene il voyeurismo, ma ogni tanto ci vorrebbe più azione ragazzi…

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