Interviste Drago

INTERVISTA CON BOOGIE

Abbiamo raggiunto lo Street Photographer Boogie mentre era a Belgrado, riposando da un periodo di viaggi dedicati al lavoro e alla pubblicazione del suo prossimo libro su Mosca.

di Luisa Grigoletto

Ciao Boogie, grazie mille per aver trovato il tempo di parlare con noi mentre sei in vacanza. Siamo onorati! Iniziamo con qualcosa di “facile”: cos’è la fotografia per te?
Io vivo la fotografia. Non penso nemmeno a cosa essa sia. È la mia vita, è una parte enorme della mia vita e posso dire di viverla appieno. Anche quando non sto scattando, è in qualche modo presente: o sto componendo il soggetto nella mia testa o ci sto pensando in un modo o nell’altro. Ma è un pezzo enorme della mia vita. Anche quando non lo sto facendo fisicamente, è lì.

Le tue immagini tendono ad essere molto crude e potenti, sia quando documentano la cultura di strada in tutto il mondo, sia quando si tratta di progetti corporate. Raccontaci un po’ di come ti avvicini ai tuoi progetti: il processo che impieghi, come concepisci una nuova idea, come la esegui e da dove proviene l’ispirazione.
È sempre abbastanza casuale: con i miei progetti personali, seguo semplicemente il flusso. Non puoi davvero programmarlo. Per esempio, gangs e roba del genere, non puoi proprio dire “Oh, farò foto alle gang”. Queste cose non funzionano così…Devi solo riconoscere l’opportunità e afferrarla. O come i casi della vita: non arrivano spesso, ma devi riconoscerli e saltarci sopra. Penso che sia questo il punto.

Quindi, prima di andare in una città od un paese, non ti prepari studiando un quartiere specifico, o un aspetto della città…
No, non mi preparo affatto – Spesso non so neanche dove sono sulla mappa! Sul serio! La questione è: devi conoscere qualcuno lì, quando vai in certi posti. Voglio dire, non hai bisogno di conoscere nessuno quando vai in posti come Roma, o Trieste, o città “normali”. Ma se vai in alcune città difficili, come Kingston o San Paolo, è meglio conoscere qualcuno del luogo che può portarti in giro.

Sì, sono d’accordo – solo così puoi vivere la città al meglio.
Sai, puoi passare giorni e giorni in una città e non vedere niente. E poi, se conosci la persona giusta, in un giorno puoi vedere ciò che non avresti visto in un mese intero da solo.

Hai mai avuto esperienze negative nelle città che hai visitato, che hanno finito per spingerti oltre nel tuo lavoro?
No, nessuna esperienza negativa. Penso tu debba solo ascoltare il tuo istinto. E fidarti del tuo istinto. E quando senti che qualcosa non torna, che qualcosa non è OK, devi solo scappare – semplicemente andartene.

Lavori sia con macchine digitali sia con la pellicola. Cosa ti piace e cosa no, di ciascuno?
Guarda, niente batte la pellicola: è un metodo veramente tradizionale, vecchia scuola, e sei limitato dal numero dei fotogrammi. Ogni rullino ha 36 pose: questo è un limite. Ma così, devi riflettere di più su ogni scatto, prestando più attenzione, ed il risultato sarà unico. Invece, con il digitale, non ci sono limiti: scatti e basta. Infatti, scatti foto all’impazzata. Ma poi, durante l’editing, se scatti in digitale, ti rendi conto che hai scattato tre volte tanto quanto avresti fatto su pellicola. E devi poi guardarle tutte. Tutto ha i suoi pro e contro.

Ce ne è uno che preferisci sull’altro, o dipende da progetti e circostanze?
Oramai, scatto di più in digitale. È più facile andare all’estero, è più facile superare le dogane ed i controlli di sicurezza. Mi ricordo ai vecchi tempi, ma anche oggi, che ogni volta che scatto su pellicola e trasporto con me tutte quelle borse ai raggi x per proteggere la pellicola, ci sono sempre domande tipo: cos’è questo? Può aprirlo? Con il digitale, eviti proprio tutto questo.

Hai pubblicato diversi libri, e A Wah Do Dem è stato il primo libro a colori; ma hai anche sperimentato il procedimento al collodio umido. Cosa determina queste scelte estetiche?
Anche qui, le cose accadono per caso, passo dopo passo, finché non raggiungerò un buon livello di competenza nella tecnica del collodio umido, sebbene lo faccia regolarmente. È fantastico. Una volta che realizzi un progetto con quella tecnologia, niente la batte più: la qualità della profondità è semplicemente incredibile. L’intero processo è una rottura di palle: la macchina è pesante, è come un mobile, e poi richiede tempo per le regolazioni, ed è molto tossica, ma quando vedi il risultato, se è buono, è veramente, veramente buono. Ne vale davvero la pena. Lo adoro.

Sembra che ti piaccia la parte “sporca” del lavoro, giocare con la chimica…
Mi piace la casualità del processo, mi piace non avere il controllo. Non sono un esperto, non lo sarò mai e non voglio esserlo. E io amo la casualità: faccio tutto il lavoro nella mia sporca e polverosa cantina, così ci sono molti fattori coinvolti, e non so mai cosà ne verrà fuori. Rimango sempre sorpreso, ed è questo che amo della cosa.

Adesso vivi tra New York e Belgrado (Serbia), dove sei nato e cresciuto. Qual è il tuo primo ricordo legato alla fotografia? Perché hai scelto la fotografia?
Mio padre era un fotografo amatoriale, proprio come mio nonno. Quindi crescendo, ero circondato da tutti i tipi di macchine fotografiche. Non ne ero mai stato appassionato, credimi, fino alla crisi economica ed alle guerre nel mio paese. Quando si è messa davvero male laggiù, è allora che ho iniziato ad appassionarmi di fotografia, quando la situazione si è fatta scura – è allora che ho iniziato a scattare foto.

Quindi lo hai fatto per documentare cosa ti stava accadendo intorno?
Per documentare, sì, ma forse anche per scappare: quando sei dietro l’obiettivo, non partecipi, sei più un osservatore. Senti come se non facessi parte di quello che sta succedendo, ti aiuta a non impazzire, credo.

È un filtro, fra te e la realtà …
Decisamente sì: è per questo che ho iniziato a scattare. Come per salvarmi da ciò che mi accadeva intorno. E poi mi ci sono fissato . . . Io sono testardo, non mi arrendo mai!

Da dove proviene la tua attrazione per la cultura Street?
Beh, è logico: sono cresciuto per le strade, giocando all’aria aperta. A Belgrado, crescendo, tutti i bambini giocavano a calcio davanti a casa o andavano in bicicletta, quindi le strade sono dove mi sento a mio agio – sono un ragazzo di città.

Qual è il posto più pazzo in cui sei mai stato, e perché?
Penso sia Kingston: trovo Kingston così aggressiva e strana. Per esempio, non c’è nessuna zona turistica, non ci sono zone, ma nemmeno strade, dove puoi andare e sentirti al sicuro, e dire “Oh sì, basta evitare questa zona, non mi succederà niente” – no. Puoi andare al centro commerciale, fartici un giro e stare tranquillo, ma appena esci, diventa difficile.

Pensi di tornarci presto?
Mi piace troppo, ci sono stato tre, quattro volte… Amo quella città, è così pazza che non può non piacerti. Ma allo stesso tempo è così strana e aggressiva: è la tipica relazione di amore e odio.

Come usi i social media, in particolare Instagram?
Ho iniziato un po’ tardi con Instagram, ma ne sono diventato dipendente piuttosto in fretta. Sono su Instagram tutto il tempo. Vorrei poter staccare di tanto in tanto, ma poi ci sono sempre.

Cos’è che ti ha preso tanto?
Non lo so, è proprio una dipendenza. Non puoi dire che non è importante. È importante per il lavoro: se sei un fotografo è un grande strumento per PR, ma penso che ne sopravvalutiamo la capacità di portare lavoro.

Che relazione hai con il tuo archivio? Dopo tutti questi anni avrai ammassato una quantità di foto enorme …
Oddio. . . è il caos. Non sono capace. Non sono bravo a tener traccia del mio lavoro e ad archiviarlo. È semplicemente un casino. Ogni volta che cerco un’immagine in particolare sono tipo “oh merda! Dov’è? Su quale drive?”. E metà dei miei negativi sono a New York, l’altra qui a Belgrado, così è veramente difficile trovare immagini specifiche. Sai come funziona – all’inizio, ti sembra di sapere dove sono le tue cose, dov’è ogni foto, e le nomini in modi strani, e ti sembra di sapere il nome di ogni foto importante. Ma poi, ad un certo punto, va tutto a puttane, e tu fai tipo “Oh mio dio, non so più niente!”. Ho superato quel punto molto tempo fa.

Come ti poni sul processo di editing?
È abbastanza difficile, sai. A novembre esce il mio nono libro, su Mosca, quindi ci sono un po’ abituato. Come in ogni cosa, [ormai] sai cosa funziona e cosa no. Il libro deve seguire un certo flusso, non può essere noioso. Direi che sono abbastanza bravo nell’editing. Non posso certo dire che mi piaccia – non è facile. E lo faccio ancora alla vecchia maniera: faccio piccole stampe e le sparpaglio in giro per la stanza, le appoggio sul pavimento e parto da lì. Faccio prima le coppie, poi le sequenze. Cerco di farlo alla vecchia scuola.

A quali progetti stai lavorando? Qual’ è la tua prossima tappa?
Sono stato abbastanza occupato con l’editing e le correzioni di questo libro, ma adesso è quasi finito. Sarò occupato a pubblicizzarlo ma adesso mi godo le vacanze con i bambini. Ho fatto qualche viaggio di lavoro di recente, ma mi sto preparando ad andare in Italia ad agosto e riposarmi!

 

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A WAH DO DEM

  • Autore: Boogie
  • Formato: Hardcover
  • Pagine: 128
  • Data di pubblicazione: Febbraio 2016
  • Lingua: Inglese
50,00
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BOOGIE: BOX SET EDIZIONE LIMITATA

  • Autore: Boogie
  • Pagine: 128
  • Data di pubblicazione: 2015
  • Lingua: Inglese
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BOOGIE: STAMPA EDIZIONE LIMITATA

  • Autore: Boogie
  • Data di pubblicazione: 2017
  • Formato: 300gr carta fotografica, numerato sul retro
50,00
The Street is Watching Drago Street photography book Cover

THE STREET IS WATCHING

  • Autore: Artisti Vari
  • Formato: Hardcover
  • Pagine: 440
  • Data di pubblicazione: Maggio 2017
  • Lingua: Inglese
100,00

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