Niccolò Berretta, Stazione Termini, Street Photography, Rome
Interviste Drago, News

INTERVISTA A NICCOLÒ BERRETTA | STAZIONE TERMINI

25 mila metri quadri di superficie e più di 150 milioni di passeggeri l’anno, la Stazione Termini di Roma è la più grande Stazione d’Italia e la quinta in Europa.

Non luogo per eccellenza, per dimostrarci tanto scontati da citare il buon vecchio Marc Augè; crocevia dello Stivale, per mantenere un tono patriottico e adatto ai nostri tempi; “Stazione Termini ma da qui tutto comincia” se vogliamo invece rifugiarci nei giochi di parole che saltellano fra Calvino e Queneau… Fatto sta che la Stazione, e la sua fauna, hanno attratto (e ancora lo fanno) Niccolò come carta moschicida per più di un decennio e, come ogni progetto che si stratifica nel tempo, sarà in grado di attrarre anche il suo pubblico che non riuscirà, come è successo a noi, a smettere di guardare questa davvero considerevole quantità di ritratti e domandarsi perchè.

Se la vogliamo leggere da un punto di vista sociale, questa preziosa ricerca di Niccolò Berretta rappresenta un reportage di grado zero capace di descrivere i cambiamenti della stazione e riassumere, in questo modo, i cambiamenti di un’epoca e di una società; se la vogliamo vedere da un punto di vista antropologico, scandagliare il prototipo di persona che si aggira, volente o nolente, nei pressi della stazione e si presta a farsi fotografare per un progetto visionario come questo ci racconta molto degli istinti umani e anche di noi stessi; se la vogliamo vedere da un’ottica puramente estetica beh, un Sartorialist italiano ci voleva, con in più le skills di addentrarsi in un terreno molto più internazionale e variopinto della settimana della moda, quello di un via vai indistinto e tanto distante quanto unito di persone che, ognuna per il proprio personale motivo, sono lì con il dichiarato obiettivo di andare da qualche altra parte.

Niccolò Berretta, Stazione Termini, Street Photography, Rome

Prima domanda: perché Niccolò Berretta, fotografo classe ’83, per 10 anni ha trascorso (e continua a trascorrere) svariate ore nei pressi della Stazione a fotografare la gente?

Seconda domanda: perché noi di Drago, e in particolare l’editore visionario Paulo von Vacano, abbiamo deciso di realizzare un libro su questo progetto e passare mesi della nostra vita a impaginare editare e sfogliare più di 500 scatti invece di comprare un biglietto per il borneo e ammirare la splendida natura che lo caratterizza?

Alla prima domanda rispondiamo subito, o per lo meno ci proviamo, avendo costretto Niccolò, in questi strani giorni di quarantena mondiale, a rispondere a qualche nostra domanda visto che di tempo ne ha…
Alla seconda aspetterete ancora un po’, ma appena possibile Paulo ci spiegherà perchè.

Niccolò Berretta, Stazione Termini, Street Photography, Rome

Come ti è venuta l’idea di andare a fotografare a Termini? 
Il primo scatto che ho realizzato alla Stazione Termini è stato il 26 Ottobre del 2009 alle ore 16:37. La foto ritrae un uomo buttato per terra che dorme tra un palo e un cespuglio di rose. All’epoca avevo 23 anni e avevo le idee piuttosto confuse. Avevo bisogno di un progetto solido a cui dedicarmi. Così ne parlai con il mio amico Gabriele Silli. Insieme cominciammo a passeggiare per Roma alla ricerca del posto migliore. Passò qualche ora e qualche birra per capire che l’unico posto a Roma dove passano un numero infinito di persone fosse proprio la Stazione. In quel periodo frequentavo Il Dams, e ricordo che all’esame di fotografia rimasi affascinato dalla ricerca fotografica di August Sander, in particolare dalla serie “Uomini del Ventesimo Secolo” in cui, attraverso una serie di ritratti, l’artista cataloga la società Tedesca. Nacque così anche in me la voglia di fotografare persone appartenenti a diversi strati sociali, ma per farlo avevo bisogno di un confine, un territorio con cui familiarizzare, un campo di battaglia. Quel posto poteva essere soltanto quell’orinatoio di Termini.

Perché hai continuato per tutti questi anni?
Dal Dicembre del 2009 ho cominciato a fare servizio di volontariato alla Caritas. Non ricordo esattamente per quanto tempo, ma in quel periodo ho collezionato numerose registrazioni audio “rubate” tra i tavoli della mensa e non solo. Conversazioni che in montaggio sono diventati dei monologhi, storie raccontate dalla gente che popolava la struttura per i poveri. Quel periodo alla Caritas, sebbene fosse soltanto un giorno a settimana, fu decisivo per farmi perdere la cognizione di dove stavo andando. Le storie della gente che all’inizio mi sembravano semplici storie di disperati, in realtà mi stavano travolgendo completamente coinvolgendomi su un piano emotivo. Così passarono i primi anni, accumulando ritratti e storie. Una volta visti i primi risultati mi sentivo sempre più in dovere di continuare e da allora ad oggi non mi sono mai fermato. Devo ammettere che in quegli anni in cui giravo sempre con due spicci in tasca e il mondo della fotografia rappresentava ancora un’ incognita mi aiutarono molto le pubblicazioni sulla rivista Vice Italia, dandomi conferma che stavo andando nella direzione giusta. Questo grazie a Giulio Squillacciotti, tra i primi fan del progetto, che mi chiese di fare la prima intervista su “Termini”.

Niccolò Berretta, Stazione Termini, Street Photography, Rome

Qual’è la cosa che ti affascina di più di questa esperienza? 
Termini è un luogo folle, un mondo dove convivono realtà molto diverse. Mi affascina vedere un barbone completamente ubriaco e pieno di ferite in testa e accanto vedergli passare un signore vestito in maniera elegante che indifferente corre a prendere il suo treno. Mi affascina l’idea che per alcune persone Termini è una casa, una casa un po’ stronza considerando che a un certo punto i cancelli della stazione si chiudono per la notte. Mi affascina fermarmi in un punto e guardare tutte queste formiche che corrono verso ogni direzione, senza immaginare che tipo di vita privata abbiano.

C’è una situazione strana che ci vuoi raccontare?
In questi dieci anni sono successi molti episodi che con il tempo sembrano quasi banali. Risse, barboni luridi e puzzolenti che bivaccano in giro, un uomo nudo che voleva entrare alla caritas, scippi, trans che battono i vicoli e poi salgono con i clienti per spompinarli sulle scale dei palazzi, gigolò che chiacchierano in attesa di nuovi clienti, strani giri di monete gestiti da luridi accattoni, interi gruppi di zingari che tentano di aiutare stranieri a fare i biglietti in cambio di qualche moneta. Questa è la poesia di Termini, chili di merda mescolati. In un’occasione ero stato contattato da Lorenzo Mapelli di Vice Italia per realizzare l’articolo “Una notte a Termini”. L’articolo è presente nei loro archivi on line. In quell’occasione successe di tutto. Una sera, mentre stavo bevendo la dodicesima Peroni, fermo un ragazzo Tunisino per scattargli una foto con la mia usa e getta. Mentre scattavo una foto, un suo complice è riuscito a sfilarmi la Nikon F2 di mio padre da sotto il braccio e scappare via. Così è partito un inseguimento a piedi su Via Marsala, finché, tra le urla, il Tunisino si è fermato e mi ha riconsegnato la macchina fotografica. La stessa notte un ragazzo ubriaco ha cercato di colpirmi con un pugno mentre l’amico lo teneva. Senza dubbio è un luogo che può risultare ostile e pericoloso, ma con il tempo ci convivi e accetti il rischio. Ho passato un solo Capodanno a Termini ed è stata un’esperienza delirante, il caos totale.

Niccolò Berretta, Stazione Termini, Street Photography, Rome

Che reazione più comune hai riscontrato nei soggetti fotografati?
Considerando che in questi 10 anni ho archiviato circa 550 ritratti, ma a ogni uscita chiedevo in media a 10-15 persone, posso dire di aver fermato almeno 5000 persone.  Non tutti hanno voglia di farsi fotografare, e lo comprendo. Di questi 5000 sicuramente un migliaio mi ha mandato a fanculo, e considerando che 5000 è una cifra calcolata a ribasso, i vaffanculo sono stati molti di più. Alcune tipologie sono più facili da intercettare, altri praticamente impossibili. Questi ultimi sono i soggetti che stanno fuori di testa, molto spesso senza casa, che parlano da soli. Li vedi che girano per ore facendo delle azioni che si ripetono in maniera compulsiva. Ad ogni modo non mi sono mai fermato davanti alla difficoltà del soggetto, cercare di convincere i più matti diventava ogni volta una sorta di sfida. Il tempo e gli orari contribuiscono molto alla riuscita della foto.

Cosa ti colpisce di più del prodotto che hai realizzato?
Mi piace l’idea di aver creato una serie di immagini che nell’insieme raccontano molto di più di una singola storia individuale. Odio il pietismo prodotto da alcuni reportage, che cercando di scavare nella vita della gente per trovare delle risposte tristi. E’ molto facile andare a Termini e raccogliere questo tipo di storie. Quando ho realizzato l’archivio audio di interviste, per scelta non ho mai fotografato i soggetti che parlavano perché la loro voce non aveva bisogno di essere collegata ad un volto, la storia che raccontavano poteva essere di chiunque. La cosa che mi colpisce dopo tutto questo tempo è che ogni volta che torno a Termini provo sempre la stessa sensazione: trovarmi in mezzo a quel fiume di gente, concentrarmi e cercare i soggetti che mi interessano, scartando tutti gli altri come. Passare un pomeriggio a Termini con due birre a seguire le persone è come un gioco.

Niccolò Berretta, Stazione Termini, Street Photography, Rome

La tua ricerca ha indubbiamente una valenza sociale, culturale, antropologica e di costume. Tu che intento avevi quando hai iniziato?
Come ti dicevo il lavoro di August Sander mi ha molto influenzato. Anche la ricerca per le strade di New York di Diane Arbus mi ha colpito molto in particolare il suo addentrarsi in situazioni assurde con personaggi ai margini ma che per lei erano la cosa più attraente che potesse trovare. Il motivo per il quale ho continuato negli anni questo progetto è un miscuglio di questi elementi. Da un lato voglio lasciare una testimonianza di Roma, una documentazione che si è formata non solo attraverso le facce e i costumi della gente, ma anche per mezzo della stratificazione delle informazioni presenti nelle foto. Le pubblicità, i lavori, le attività commerciali, i mezzi pubblici, la statua di Giovanni Paolo II, le regole della Stazione che mutano, sono tutti elementi che ci raccontano Roma e il nostro tempo. Poter confrontare le immagini realizzate in questo decennio con gli anni futuri è l’intento con cui ho iniziato e con cui intendo proseguire il reportage.

C’è un carattere predominante nei soggetti che colpiscono la tua attenzione? Qualcosa che li accomuna?
I soggetti che preferisco sono le persone mediocri, sciatte, quelli appartenenti ad un ceto medio “poraccio”, degli Homer Simpson per capirci meglio. Gente con lo sguardo un po’ intontito che quando li fermo per chiedere di posare mi risponde un po’ confusa: “vabbè se vuoi farmi una foto falla, tanto non mi cambia nulla…”. Allo stesso tempo mi colpiscono le persone eccentriche che si vestono nei modi più assurdi, sfoggiando i colori più vistosi. Ho fermato persone per un paio di scarpe o per una canottiera attillata, un uomo che girava senza una direzione con dei palloncini gonfiabili colorati. Credo che l’elemento che accomuna un po’ tutti i soggetti sia la follia.

Pensi che continuerai la tua singolare ricerca?
La cavolata che ho sempre sparato è che Termini finirà con la mia morte. Ovviamente il tempo passa, cerco di portare avanti nuovi progetti che richiedono del tempo. Il progetto va avanti, con dei ritmi più blandi ma ci saranno sicuramente degli scatti del 2020 e dei prossimi anni. Vorrei fare dei sopralluoghi in altre stazioni nel mondo per poter continuare questa ricerca fotografica.

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